Le cime per barca a vela non sono un dettaglio di coperta: cambiano la precisione delle manovre, la fatica a bordo e, in molti casi, la sicurezza con cui si governa l’imbarcazione. Qui chiarisco come distinguere drizze, scotte, borose e cime d’ormeggio, quale materiale ha senso scegliere e quali controlli faccio prima di fidarmi di un cordame nuovo o già usato.
In barca contano funzione, materiale e compatibilità più del colore
- Le cime a bordo si dividono soprattutto tra manovre correnti, manovre fisse e cime d’ormeggio.
- Per drizze e scotte il dato decisivo non è solo il diametro, ma anche allungamento, grip e scorrevolezza.
- Il poliestere resta la scelta più equilibrata per la crociera; Dyneema e materiali affini servono quando la precisione deve essere più alta.
- Bozzelli, stopper e winch devono accettare la cima senza strozzarla: se il passaggio è al limite, il cordame si consuma prima.
- Un controllo visivo a ogni stagione intercetta presto schiacciamenti, peluria, rigidità e assottigliamenti locali.

Come si chiamano davvero le cime a bordo
Io parto sempre da una distinzione semplice: non tutte le cime fanno lo stesso lavoro. In una barca a vela ci sono le manovre correnti, cioè le linee che si regolano durante la navigazione, e ci sono gli elementi di sostegno dell’alberatura, che lavorano in modo più statico. Le prime sono quelle che il velista tocca di continuo; le seconde sostengono, tengono in tensione e danno forma all’attrezzatura.
Capire il nome giusto non è pedanteria. Ti aiuta a scegliere meglio, a comunicare senza ambiguità con l’equipaggio e a capire subito dove una cima deve essere più morbida, più resistente o più stabile dimensionalmente.
| Elemento | Funzione | Cosa guardo io |
|---|---|---|
| Drizza | Issa una vela o una sua parte | Poco allungamento, buona scorrevolezza nei rinvii, calza resistente |
| Scotta | Regola l’angolo della vela rispetto al vento | Grip in mano, resistenza all’abrasione, passaggio pulito nei bozzelli |
| Borosa | Serve per i terzaroli e per ridurre la vela | Affidabilità sotto carico e facilità di recupero quando il vento aumenta |
| Cima d’ormeggio | Tiene la barca in banchina, al pontile o al gavitello | Elasticità, resistenza agli sfregamenti e agli UV |
| Sartie e stralli tessili | Sostengono l’albero e l’assetto dell’armo | Stabilità dimensionale e controllo dell’usura, soprattutto nei punti di contatto |
La cosa interessante è che due cime possono sembrare simili in mano e comportarsi in modo opposto sotto carico. Da qui si passa subito al punto che pesa davvero nella scelta: il materiale.
Materiali e costruzione che fanno davvero la differenza
Per le cime nautiche io guardo prima la struttura e poi il nome commerciale. La soluzione più comune è la doppia treccia, cioè una cima con anima interna e calza esterna. L’anima porta gran parte del carico, la calza protegge e migliora la maneggevolezza. È un equilibrio molto utile sulle manovre correnti, perché unisce presa, flessibilità e durata.
Un altro termine che vale la pena conoscere è prestirata: significa che la cima è stata lavorata per ridurre l’allungamento iniziale. Su drizze e linee che devono mantenere una regolazione precisa è un vantaggio concreto, non un vezzo tecnico.
| Materiale | Punti forti | Limiti | Quando ha senso |
|---|---|---|---|
| Poliestere | Equilibrio tra prezzo, durata, resistenza agli UV e facilità d’uso | Allungamento più alto rispetto ai materiali tecnici | Crociera, uso generale, buona parte delle scotte e molte drizze |
| Poliammide | Elasticità elevata, utile per assorbire i colpi | Più sensibile all’assorbimento d’acqua e meno “ferma” in tiro | Cime che devono lavorare con maggior assorbimento dinamico, soprattutto in certe applicazioni di bordo |
| Dyneema e affini | Allungamento molto basso, ottima tenuta, grande efficienza in regolazione | Costo più alto, non sempre confortevole se usato senza criterio | Drizze e manovre dove la precisione conta molto, oppure quando il carico cresce |
| Polipropilene | Leggero e galleggiante | Più debole su UV e abrasione, durata inferiore | Uso molto specifico, linee ausiliarie o situazioni non gravose |
Se devo sintetizzare la scelta, il poliestere resta il punto di partenza più sensato per molte barche da crociera. Io passo ai materiali più tecnici solo quando il beneficio reale, sulla manovra o sulla precisione di regolazione, giustifica il costo. E proprio per non sbagliare, il passo successivo è capire quanto deve essere grossa la cima e con quali attrezzature deve convivere.
Diametro, bozzelli e winch devono parlare la stessa lingua
La tentazione di scegliere “a occhio” è forte, ma su una barca funziona male. Una cima troppo grossa crea attrito, fa lavorare male stopper e winch e può rovinare il self-tailing; una cima troppo sottile è scomoda in mano, scorre male sotto carico e si consuma prima nei punti di passaggio.
Io controllo sempre tre cose: il diametro nominale, il passaggio reale nei bozzelli e il limite dichiarato dai winch. Il margine deve esserci. Se una gola è pensata per 10 mm, forzarci dentro una cima da 12 mm non è una soluzione robusta, è un compromesso che paga da un’altra parte.
| Uso tipico | Diametro indicativo | Nota pratica |
|---|---|---|
| Drizze su barche piccole e medie | 6-10 mm | Conta molto l’allungamento, oltre alla scorrevolezza nei rinvii |
| Scotte di genoa e randa su crociera | 8-14 mm | Il comfort in mano e la presa sul winch pesano quasi quanto la resistenza |
| Borose e linee per i terzaroli | 6-10 mm | Devono correre bene e non irrigidirsi quando vengono usate poco |
| Cime d’ormeggio | 12-18 mm e oltre, in base alla barca | Serve più elasticità e più tolleranza allo sfregamento |
Le forchette cambiano in base alla lunghezza dell’imbarcazione, alla superficie velica e alla geometria della coperta. Su una randa di crociera di taglia media, ad esempio, una scotta da 12-16 mm è una scelta comune; su una barca più piccola spesso si scende, ma senza sacrificare troppo la presa. Il punto non è inseguire il numero perfetto, è far sì che la cima lavori bene con il circuito reale della barca. Da qui la domanda vera diventa: dove conviene usare ogni tipo di cima?
Dove ogni cima lavora davvero in navigazione e in porto
Drizze
Per le drizze io cerco stabilità dimensionale prima di tutto. Una drizza che si allunga troppo ti obbliga a correggere continuamente la regolazione della vela, e alla fine perdi precisione, tempo e serenità. Su una barca da crociera non inseguo il materiale più estremo se poi la cima diventa dura da gestire o troppo costosa da sostituire. La drizza giusta è quella che issa la vela senza affaticare l’equipaggio e senza cambiare assetto ogni volta che aumenta il carico.
Scotte
Le scotte sono il punto in cui il velista sente subito la differenza tra una cima “onesta” e una sbagliata. Devono correre bene, lavorare nei bozzelli senza impuntarsi e restare leggibili nelle mani, soprattutto quando le manovre si fanno rapide. Per questo il diametro e la morbidezza contano tanto quanto la resistenza. Una scotta troppo rigida stanca, una troppo liscia sfugge, una troppo grossa fa solo attrito inutile.
Borose e terzaroli
Quando riduci vela, non vuoi dover combattere con una cima stanca. Le borose devono passare bene, non assorbire acqua in modo eccessivo e non irrigidirsi dopo mesi di inattività. È una manovra che magari usi meno delle altre, ma quando serve il margine di errore è piccolo, perché il vento non aspetta che tu sistemi il cordame con calma.
Leggi anche: Come vestirsi in barca a vela - Guida pratica e consigli utili
Cime d’ormeggio
Qui cambiano le priorità. In banchina servono elasticità, buona resistenza all’abrasione e una tolleranza seria ai raggi UV. Una cima ottima per regolare una vela può essere mediocre per stare ferma al pontile, perché in porto contano gli strappi del moto ondoso, lo sfregamento sui passacavi e la capacità di assorbire i carichi dinamici senza segni di cedimento.
Questa differenza pratica spiega perché, in barca, non convenga usare lo stesso criterio per tutto. Gli errori più costosi nascono proprio quando si confondono i ruoli del cordame.
Gli errori che accorciano la vita del cordame
- Scegliere la cima solo per il prezzo o per il colore, ignorando il lavoro reale che dovrà fare.
- Montare un diametro che non scorre bene in bozzelli, stopper o self-tailing.
- Usare una cima troppo tecnica e poco gestibile per l’equipaggio che hai davvero a bordo.
- Trascurare i punti di abrasione, soprattutto nei rinvii, sui passaggi d’angolo e vicino ai winch.
- Lasciare in servizio linee che hanno perso sezione, elasticità o uniformità nel profilo.
- Trattare scotte e cime d’ormeggio come se fossero intercambiabili: non lo sono.
Quando vedo una cima rovinata, il problema raramente è “solo estetico”. Quasi sempre è il segnale di un passaggio mal progettato, di un diametro scelto male o di una manutenzione fatta troppo tardi. E per evitarlo, il controllo periodico vale più di qualsiasi acquisto impulsivo.
Controlli pratici che io farei prima della prossima uscita
Io verifico il cordame in tre momenti: a fine stagione, dopo un’uscita dura e ogni volta che una manovra mi sembra più faticosa del solito. Non serve smontare tutta la coperta, basta essere metodici.
| Segnale | Cosa significa | Cosa faccio |
|---|---|---|
| Peluria diffusa sulla calza | La superficie sta consumandosi | Osservo l’evoluzione e pianifico la sostituzione se l’usura avanza |
| Tratto appiattito o indurito | Attrito, schiacciamento o surriscaldamento | Sostituisco, soprattutto se il punto è vicino a un winch o a un bozzello |
| Assottigliamento locale di circa un decimo rispetto al resto | La sezione utile non è più uniforme | Per me è un segnale forte di cambio imminente |
| Calza che scivola o core che si percepisce male | La costruzione interna si è degradata | La cima non è più affidabile per carichi seri |
| Segni di bruciatura o di vetrificazione | Attrito e calore eccessivi | La considero da sostituire senza rimandare |
Per la pulizia uso acqua dolce, asciugatura all’ombra e niente detergenti aggressivi. L’errore più comune è lasciare il sale dentro le fibre e poi stupirsi se la cima diventa rigida o ruvida. Anche la conservazione conta: le cime lasciate a lungo al sole e sotto tensione perdono qualità più in fretta di quanto molti credano.
La regola che uso per scegliere senza rimpianti
Se devo ridurre tutto a una regola semplice, parto da questo ordine: funzione della cima, percorso a bordo, compatibilità con l’attrezzatura, poi materiale. In pratica, il cordame giusto non è quello più famoso, ma quello che lavora bene con la tua barca e con l’equipaggio che hai davvero a bordo.
- Per la crociera, il poliestere resta spesso il miglior compromesso.
- Per le regolazioni fini, ha senso salire di livello solo se l’allungamento ti cambia davvero la manovra.
- Per l’ormeggio, privilegio sempre resistenza allo sfregamento ed elasticità.
- Se una cima ti costringe a forzare winch o stopper, quasi sempre è la scelta sbagliata.
Quando questi quattro punti tornano, la barca diventa più ordinata, le manovre più pulite e l’equipaggio meno affaticato. È questo, alla fine, il tipo di sicurezza che cerco in coperta: concreta, leggibile e costruita su scelte semplici ma fatte bene.